La fotografia m’è sempre stata compagna di cammino; sorella amata del disegnare e dipingere. Lungo periodi di fervore giovanile, ma con vera chiarezza e consapevolezza solamente in seguito, nella maturità. Taccuino di lavoro, appunto. Immagini da pensare e meditare, da rielaborare. Osservare, guardare… Respirar le cose, coglierne l’essenza catturando in uno scatto -molte volte imperfetto, impreciso- ciò che occorreva al mio cuore ed alla mia pittura. Risonanze, non necessariamente o direttamente connesse al soggetto scelto: quel luogo, quel volto, quel taglio di luce sul muro d’un palazzo o di un monastero... Cercando, attraverso lo sguardo degli occhi, un intimo sguardo del cuore; sapienza che ogni fragile cosa -come ogni circostanza della vita, a ben vedere- vorrebbe poterci svelare. Per queste ragioni (e il conseguente limite tecnico scelto per il mio fotografare) non mi sono mai considerato un vero fotografo. Ho sempre avvertito rispetto, perfino soggezione, nei confronti di questa difficile arte e di quanti ne hanno fatto una professione. Non di rado, però, ho pensato che essa sia stata e sia ancora, per me, un qualcosa di diverso e di più…
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passo di luce
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passaggi d'ombre
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intersezioni
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